Il virus del silenzio

Ma chi l’avrebbe mai detto che avrei attraversato la vita durante il virus. Non che non si potesse prevedere, e anzi già molti tra scrittori e registi avevano esplorato situazioni simili, ora cercati e citati con recriminazione o subdoli sospetti.
Non che non sentissi il bisogno di mettermi in pausa. Un bisogno inconscio però, mai manifesto, e in ogni caso subito sopito nel momento stesso di un timido capolino. Un bisogno mai chiamato con il suo nome, sommerso di cose da fare, da imparare.
Perché mai dovrei fermarmi io, in questa vita così breve? Fermarsi equivale a morire, evento ineluttabile. L’importante è farsi trovare vivi, no?
Ed essere vivi, esattamente in che cosa consiste?
Qui ognuno dà le proprie risposte, che sono vere e sincere, ma solo per quel tempo in cui le dice.
E quando le cambia spesso non se ne accorge. Sono gli eventi che formano la capacità di cambiare le proprie risposte. Solo bisognerebbe porsi le domande in anticipo e darsi il tempo per risposte prudenti e non assolute.
Essere vivi, per vivere la vita, sapendolo. Non è facile, ognuno porta in dote temperamento e cultura e affronterà ciò che accade con reazioni diverse, molto simili o molto diverse da altri.
Affrontare la consapevolezza di cosa significa essere viva è un esercizio per nulla romantico, carico di tensione e desiderio. In ogni momento definito “adesso”, essere vivi è essenzialmente avere emozione.
Che non è solo avere sentimenti, ma gioire e piangere, nelle varie ampie declinazioni. E’ amare, se si ha la fortuna di incontrare questa fortuita circostanza. E’ essere curiosi. Certamente ci sono poi tutte le sfumature delle delusioni, dei risentimenti, degli odi.
Essere vivi però è anche preoccuparsi, di un momento definito “domani”, intendendo un domani in un tempo più o meno ravvicinato o lontano, molto personale.
Il mio domani visto da molti anni a questa parte era un pensiero di concretezza, per la famiglia e anche per me stessa, trascinata assieme a milioni di altri nello stesso giro di danza, a volte melodica, a volte raegge, a volte samba. Un domani mai di silenzio.
Adesso tutti a cercare di capire, approfondire, domandare, chiarire, puntualizzare, rinviare, ripetere (per i distratti), riepilogare, ascoltare, annuire, rimbrottare, auspicare, disperare.
Adesso null’altro merita attenzione, che fine hanno fatto i barconi? E i profughi dalla Siria?
Nulla, conta solo il prossimo “domani”, che vuol dire la prossima settimana, il prossimo mese.
Constato che solo una paura più grande acquieta un’altra paura.
E non c’è ispirazione, visione, lungimiranza che tenga. E’ la paura a dominare il nostro agire.
Vivere di paure vuol dire sacrificare altre emozioni che non torneranno nel tempo che ci è dato.
Ho sempre combattuto contro le paure, ma ora sono contenta. Spero che chi decide le sorti di questo mondo abbia finalmente paura e prenda altre strade di tutela dell’ambiente e quindi di chi ci vive, di rispetto per chi non può decidere, di solidarietà per uscirne assieme.
Io sto alla finestra,  osservo il mio bel prato, la primavera che non si ferma, forse.
Non c’è nessuno attorno, silenzio.
Non sento più aerei sopra la testa, silenzio.
Ho spento la TV. Silenzio…

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